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Alta Valle del tevere - Paesaggi

Terra di ambascerie e di artisti,terra di Francesco e del Volto Santo,hai conosciuto lo scontro del potente con l’umile fiero e orgoglioso,hai visto il transito di pellegrini,e di uomini in fuga,di avventurieri e lanzichenecchi,hai visto nascere Michelangelo e Piero,hai accolto nel suo viaggio Leonardo, che venne a spiarti per l’eccitazionedi costruire un grande paesaggio segnato dalla vitae dalla morte portata dalla grande battaglia di Anghiari; hai conosciuto l’ardore il coraggio dell’avventura e la pietà,forti nel cuore di chi ti ha percorso,e hai avvertito il conforto della pace portata dal tuo Tevere.Non potresti capirla questa terra visitandola per scoprirne l’anima così all’improvviso, ma dovresti arrivarvi solo con lo spirito del pioniere e del poeta: del pioniere, perché dovresti giungervi con la cautela di chi non vuole sorprese ed è senza la presunzione di diventare padrone del territorio solo percorrendolo; del poeta, perché quello spirito si prepara sempre allo stupore di un’immagine da conquistare e da far diventare stella del proprio immaginario.Questa è una terra unita, purificata e illuminata dal Tevere come dal luccichio pastoso, dalle forme arcane e moderne dei Della Robbia, che qui vennero a portare una scintilla della gloria di Firenze mettendosi sul cammino dei Camaldolesi.
Quei religiosi tennero potere di religione e di legge dedicandosi, oltre che alla preghiera, al culto della terra oltre che di Dio; e questa terra fecero grande e progredita per avervi fatto radicare ragioni di legge e poteri non retti dalla spada, ma da un senso trascinante e provocante del progresso civile ed economico, da un culto pregnante della pace.Qui, in questa terra, senti passare ancora l’anima del goto Totila che, sfortunato, volle osteggiare i Greci quando lanciarono dall’Adriatico luci di nuova civiltà approdando alle rive del Tevere.Qui mancano storie di marinai e di pionieri, ma ci sono i sogni di chi vi è arrivato per un pellegrinaggio pierfrancescano, o per avvertire la spiritualità di Francesco di Assisi, o per ritrovare le orme di devozione di chi qui portò e lasciò la grande Croce del Volto Santo. E tutto questo non come Machiavelli che pensò alla guerra trasferendosi con la mente in questa valle per esaltare i Pievani, i primi uomini bagnati dal Tevere, fieri tanto da resistere all’assalto lanzichenecco di primo Cinquecento.E questo non come Leonardo, che qui venne ad ascoltare gli ultimi lontani echi e le grida di chi aveva combattuto ed era morto ad Anghiari in quel giugno 1440, quando gli uomini affrontarono la morte sotto le bandiere evocate da Piero nel ciclo pittorico in San Francesco di Arezzo.Qui Leonardo si fermò per tracciare in un suo foglio i confini della Valdichiana non lontana, appena al di là di una corona collinare che fiancheggia il Tevere, illustrando corsi di acque e monti dove uomini e donne allora vissero l’ultimo momento di pace prima di essere aggrediti dalle nuove armate delle monarchie del nord e sentirono la prima stretta al cuore temendo per la verginità di questa loro terra di dolci colline, di pianure brevi e misteriose, di quell’armonia che Città di Castello ha sempre tutelato gelosamente nei palazzi di una corte ambìta da Firenze e da Roma, giù giù fino a Umbertide.Qui siamo noi testimoni del tempo, tutti noi altotiberini, gente pronta al lavoro, all’impresa, all’avventura come furono i nostri antenati, molti dei quali andarono nel mondo portando sempre con sé la corona delle colline umbre e toscane e un cuore sempre blandito dal Tevere, dall’arte e dalla pietà che fortifica e unisce i fratelli e talora anche i nemici.Qui il salice si inchina alla quercia e il pioppo assurge a dignità per essere pronto a trattenere la zolla fuggente di un terreno scosceso; qui la siepe non è confine, ma baluardo del sogno che la travalica; qui il legno nella mano dell’uomo diventa attrezzo agricolo, strumento per premere l’uva e l’olio, per fare il telaio del tessitore, per costruire lo strumento dell’artigiano e dell’industriale: sia del tintore che del pastaio.
Piante straordinarie come il guado e la robbia hanno dato colori preziosi a questa gente mai doma e mai abbandonata a se stessa, come se fosse inorgoglita e trascinata dal forte esempio del Tevere, dalla scabrosità delle rocce che di fronte alle donne e ai figli sono diventate cattedrali e templi di devozione e di preghiera, dalla Verna a Cerbaiolo a Petroia.
Qui l’uomo del nostro tempo, trascinato via dalle rivoluzioni di costume che hanno sconvolto ogni tradizione, ha accettato da Burri il dono di un’arte affidata agli oggetti umili, a portata di mano di ogni essere vivente, per farli diventare simboli di un perenne tentativo di unione e di speranza, così come Piero si era affidato alla misura del numero e della proporzione per far toccare al mondo la dignità di un’invenzione che ancora oggi ci parla e ci emoziona.Tutto questo avvertendo il forte sentimento della pace che il Tevere ha consacrato nel tempo dopo le “profanazioni” di poteri arroccati su una moltitudine di castelli: da quello, maestoso, di Monte Santa Maria, a cui ogni luogo altotiberino guarda come a una tutela ideale dell’aquila dominatrice dei Bourbon, allo splendido Pianettole, unità di antica vita conservata intatta nel tempo, da Sorbello a Galbino, da Montone a Montauto.Qui questa gente dal costume antico scelse la spada e il dardo ignorando che poi la pace (quella della mente e del cuore) avrebbe avuto il conforto procurato dall’arte del giovane Raffaello e di Signorelli: due maestri che si fecero espressione della pietà cristiana e della concordia tra Morra, Umbertide e Città di Castello prima di andare a conquistare il mondo nuovo dello spirito rinascimentale sulla scia di Piero e dei maestri fiorentini.

Franco Polcri

autori delle foto
E.Milanesi D.Renzacci A.Tacchini